Nuove e vecchie lauree, nuovi e vecchi lavori
Thursday 12 January 2006 @ 12:00 pm
Il 2005 è l’anno in cui sia la riforma dei cicli universitari, che partorisce la seconda ondata di laureati di primo ciclo, sia la cosiddetta “legge Biagi” cominciano ad essere valutabili nei loro effetti concreti.
La riforma dei cicli universitari avvicina l’Italia agli standard educativi della maggior parte dei paesi avanzati, ed è dunque nel complesso positiva, anche perché abbrevierà i tempi effettivi di laurea e avvicinerà nel tempo di molto il mondo universitario a quello produttivo. Nei primi anni, peraltro, è da prevedersi una certa confusione: né Università, né studenti, né imprese sembrano in grado di orientarsi con disinvoltura nella esplosione di opportunità formative definite dalla nuova legge. Ci vorrà del tempo per capire come le aziende differenzieranno la offerta lavorativa tra laureati di primo e secondo ciclo, e come i corsi universitari sapranno costruire le competenze cercate dalle aziende. Alcuni punti fermi sembrano però già visibili. Speriamo che le indicazioni contenute in questo volume possano aiutare.
L’altra grande novità recente del mondo del lavoro è la “riforma Biagi”. Dipinta da alcuni come la soluzione di tutti i mali che affliggono l’occupazione, da altri come un atto di barbarie che affamerà il popolo e distruggerà i diritti dei lavoratori, non è né l’una né l’altra cosa. È solo una serie di interventi “tattici”, che non modificano granchè la struttura di fondo della normativa del lavoro, introducendo un po’ più di flessibilità dove ce n’era bisogno ed un po’ più di garanzie e tutele per i lavoratori dove (come nel caso dei “co.co.co.”) si riteneva che gli imprenditori avessero troppa libertà d’azione. Per quanto riguarda i neolaureati, questa riforma è rilevante per due aspetti. Il primo è che ha sancito la scomparsa dei “contratti di formazione e lavoro (CFL)”, che da quasi vent’anni erano il principale strumento di assunzione di giovani da parte delle aziende. La scomparsa dei CFL era annunciata da tempo, anche per richiesta della Commissione Europea che non gradiva gli sgravi fiscali garantiti alle aziende; non cambia tuttavia molto, perché la riforma prevede la nascita dei “contratti di inserimento”, che sono anch’essi contratti a termine, ma finalizzati ad una successiva conferma, e anch’essi con benefici di costo per le aziende. Poiché peraltro i vantaggi sono minori, per le aziende, la tendenza è che i vecchi CFL sono perlopiù sostituiti da assunzioni a tempo indeterminato e, prima di questi, da un estesissimo uso, e qualche volta abuso, dello “stage”.
L’altro aspetto rilevante è quello, già accennato, della riforma dei “co.co.co”: questo è uno strumento che veniva utilizzato, per i neolaureati, a volte in modo improprio, solamente per precarizzarne al massimo il rapporto. La nuova normativa prevede al loro posto il “contratto a progetto”, che garantisce una limitazione alla temporaneità del rapporto. Vedremo meglio questi contratti in un apposito capitolo.
a) La laurea triennale o di “primo livello” (L)
Come ormai è noto non esiste più la laurea a ciclo unico (di 4 o 5 anni, eccetto per pochissime facoltà). Ci si può iscrivere a uno qualunque dei corsi di laurea triennali previsti dall’Ateneo che avete scelto, sempre che non vi sia il numero chiuso. In ogni caso tutti i corsi di laurea di “primo livello” che sono inseriti all’interno di 42 classi generiche a cui si può accedere dopo il diploma, durano tre anni, nei quali è previsto che voi acquisiate una solida preparazione di base e, quindi, le competenze scientifiche generali (padronanza dei metodi e dei contenuti generali), relative alla disciplina di studio che avete scelto.
Se tutto va bene, se superate gli esami e acquisite i crediti formativi necessari (180 crediti: vedi più avanti) potrete, dopo soli tre anni, laurearvi: sarete però un laureato junior.
Possibilità:
1. A soli 22 anni potrete già inserirvi nel mondo del lavoro;
2. Potrete accedere ai concorsi pubblici nei quali è previsto come titolo di studio la laurea, in questo senso è uguale alla vecchia laurea di 4 o 5 anni;
3. Non siete obbligati a continuare l’università e il corso di laurea con la successiva specializzazione di due anni, né ora, né più avanti; ma lo potrete fare se lo desiderate quando vorrete, anche dopo molto tempo;
4. Potete accedere a Master (cosiddetti di “primo livello”) per inserirvi in modo più qualificato (sia a livello di mansioni sia a livello di stipendio) nel mondo del lavoro;
5. Il lavoro che farete, o il master o i corsi di specializzazione se opportunamente certificati (vedi più avanti), vi daranno ulteriori crediti che potrete spendere, se volete, per conseguire la laurea di “secondo livello”: in poche parole, tutto potrà fare brodo ed essere considerato nel vostro curriculum di formazione.
Punti deboli:
1. La dubbia possibilità di lavoro dopo questo tipo di laurea triennale;
2. Il grado di preparazione che può essere raggiunto nell’arco di tre anni (soprattutto nelle discipline scientifiche e giuridiche);
3. La dubbia possibilità di acquisire crediti spendibili per il curriculum universitario anche attraverso il lavoro professionale e i master;
4 La reale efficacia formativa/professionale di una laurea di questo tipo.
Vecchi e nuovi corsi di laurea
I vecchi corsi di laurea di 4 o di 5 anni sono stati dunque scomposti e riorganizzati secondo il modello 3+2, eccetto i corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e protesi dentaria, Medicina veterinaria, Farmacia che rimangono a ciclo unico di 5 o 6 anni e vengono considerate automaticamente come lauree specialistiche (dei veri dottori!), regolate da precise norme europee. Dopo il correttivo del decreto 270, anche il corso di laurea in Giurisprudenza sarà a ciclo unico quinquennale. Un caso a parte sono i corsi di laurea in Architettura: potrete optare per il percorso triennale per diventare architetto junior, classe 4 e, successivamente, accedere al biennio di specializzazione; oppure per il ciclo unico quinquennale.
E i diplomi di laurea, o laurea breve?
Dall’inizio degli anni novanta (la legge è la n. 341 del 19/11/1990) le Università italiane hanno istituito per molti corsi di laurea dei percorsi che in due o tre anni vi davano la possibilità di ottenere un titolo, “diploma di laurea”, spendibile immediatamente nel mondo del lavoro. Questo perché, a differenza dei corsi di laurea standard (di 4, 5 e 6 anni), i corsi di diploma vi preparavano prevalentemente da un punto di vista professionale, offrendoti gli strumenti pratici, attraverso un monte ore elevato di laboratori e tirocini, che vi permettono di svolgere un determinato lavoro. Ad esempio il diploma di logopedista, di fisioterapista, di viticultura ed enologia, di tecnica pubblicitaria, ecc., vi danno la possibilità concreta di esercitare la professione di logopedista, fisioterapista, viticultore, tecnico della pubblicità, ecc. In questi dieci anni, dopo una partenza non tanto felice, hanno dato buoni frutti, soprattutto per questo collegamento molto stretto con il mondo del lavoro.
Secondo la nuova riforma però tali corsi non hanno più ragione di esistere e, di conseguenza, sono stati soppressi o assorbiti nelle lauree triennali. Ma attenzione: proprio grazie a questa esperienza il nuovo decreto Moratti (la “riforma della riforma”), in qualche modo, li recupera introducendo accanto al percorso più lungo (1+2+2), un percorso più breve (1+2) e con un taglio, ed è questa la novità, decisamente professionalizzante, ovvero un percorso biennale che vi guidi e vi formi in vista dello svolgimento di un determinato lavoro, come avveniva con i diplomi di laurea. Comunque, a coloro che abbiano conseguito i “vecchi” diplomi di laurea viene riconosciuto automaticamente la conversione del titolo in quello di laurea triennale. A maggior ragione dovrà avvenire con i nuovi titoli triennali professionalizzanti (1+2) introdotti dal decreto Moratti.
Nel caso gli atenei introducessero già dal 2005-6 il percorso professionalizzante vi suggerisco per orientarvi meglio di riguardare i corsi di diploma universitario attivi prima della riforma del 1999, in quanto rappresentano l’unico punto di riferimento in merito di livello universitario sperimentato e testato.
Sul sito www.actl.it/diplomati.html potrete trovare l’elenco dei corsi di diploma universitario - le università e le sedi dove si svolgevano - attivi prima dell’avvento della Riforma.
b) La laurea specialistica o di “secondo livello” (LS)
Se volete diventare dottori nella vostra disciplina, allora dovete continuare per altri 2 anni l’università iscrivendovi, dopo aver conseguito la laurea triennale, al biennio di specializzazione. Lo potete fare anche cambiando corso di laurea (rispetto a quello seguito in precedenza), prestando attenzione ad alcuni vincoli che vi dirò più avanti. Potete anche cambiare ateneo, e addirittura potete conseguirlo in un altro Paese europeo. I corsi di laurea specialistica sono stati organizzati – come quelli della laurea triennale – secondo corsi affini e divisi all’interno di 104 “Classi di laurea” in modo da dare loro un identico valore legale (assicurato dall’appartenenza a quella classe). Alla fine del biennio se avete superato tutti gli esami acquisendo i crediti previsti per questo corso (120 crediti), conseguite la laurea specialistica. Con questo titolo potrete inserirvi nel mondo del lavoro con una formazione di “livello avanzato” accedendo alle libere professioni, o ad attività di elevata qualificazione in speciali ambiti lavorativi (vedi l’approfondimento più avanti). Oppure, potrete scegliere di proseguire ancora gli studi (se non vi siete ancora stancati!) attraverso un Master di “secondo livello”, oppure un Corso di specializzazione. Infine potete scegliere di fare ricerca attraverso i dottorati nelle università.
Lo sviluppo della Riforma universitaria: dal “3+2” all’ “1+2+2”. Dalla Riforma alla “Riforma della riforma”
Più di cinque anni or sono l’Università veniva riformata alla luce del confronto europeo introducendo il sistema del “3+2”.
Con la pubblicazione del nuovo decreto (Dpr 270 del 20 novembre 2004) il governo italiano per mano del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Letizia Moratti, ha a sua volta modificato ulteriormente la riforma con alcuni importanti provvedimenti, riguardanti gli studi di livello universitario, definiti da subito come la “Riforma della riforma”. Ciò implica un’altra piccola, o meno piccola, rivoluzione nell’ambito universitario. Il “vecchio” modello del “3+2” va in pensione e al suo posto viene introdotto un percorso denominato a “Y” o dell’“1+2+2”. Vediamo adesso di ricostruire per tappe la vicenda in modo da capire meglio lo spirito della nuova legge e schematizzare i provvedimenti presi.
La storia recente
Dopo che il Consiglio di Stato aveva dato nel marzo del 2004 parere favorevole allo schema di regolamento di modifica del decreto 509/1999 (la Riforma del 3+2), è arrivata nel novembre 2004 anche l’approvazione al decreto da parte della Corte dei Conti. Sono così stati istituiti sette tavoli tecnici per macroaree disciplinari per ultimare tutti i processi di rivisitazione e accorpamento delle attuali classi di laurea di primo e secondo livello (ritenute da alcuni troppo numerose e dispersive). Al termine di questi lavori finalmente il decreto ha trovato la sua configurazione finale e potrà così essere finalmente attuato, anche se non mancano perplessità e riserve da parte degli atenei.
Le principali novità
Vi illustro di seguito le principali innovazioni che il decreto 270/2004 prevede e che possono essere introdotte dagli atenei addirittura dall’anno accademico in corso, seppur in via sperimentale. È più probabile, tuttavia, visto l’allungamento dei tempi, che gli atenei avvieranno il rodaggio del nuovo ordinamento a partire dal 2005-6 e alcuni anche successivamente.
Il sistema cosiddetto del “3 + 2” viene sostanzialmente confermato. Vengono però introdotti alcuni correttivi per garantire una maggiore flessibilità e porre rimedio ad alcune disfunzioni rilevate fin dalla fase di prima attuazione della riforma.
Ecco l’idea portante: il nuovo Regolamento, ha spiegato il Ministro Moratti, “corrisponde alle esigenze di una formazione universitaria di maggior qualità, che crei nel contempo più opportunità di sbocchi professionali”.
Il Ministro Moratti ha inoltre assicurato che le modifiche potranno essere recepite dagli atenei negli ordinamenti didattici con tutta la gradualità necessaria, per evitare disagi sia agli atenei stessi sia agli studenti. Quindi niente paura o panico, ma molta attenzione.
Queste le principali innovazioni previste dal nuovo decreto:
• Per ogni corso di laurea è prevista una base comune (60 crediti) e poi una biforcazione: da un lato l’iter professionalizzante, che si conclude al terzo anno (“1+2”, 60+120 crediti), e dall’altro quello che prevede la prosecuzione degli studi fino al quinto anno con la laurea definita “magistrale” (1+2+2, 60+120+120). Se vi iscriverete il prossimo anno, dunque, verrete immatricolati sempre all’interno di una classe di laurea e, dopo una formazione di base comune alla classe e ai percorsi di almeno 60 crediti formativi universitari (Cfu), sarete orientati dal vostro ateneo alla scelta tra un percorso professionalizzante (ulteriori 120 crediti, ovvero altri 2 anni), teso all’acquisizione di specifiche competenze professionali orientate al mondo del lavoro o, in alternativa, un percorso di studio metodologico-formativo e di base (stesso numero di crediti e di anni), propedeutico a un ulteriore percorso didattico, ovvero al proseguimento degli studi.
• La laurea di secondo livello, precedentemente denominata specialistica, viene ridenominata “laurea magistralis”. Ad essa corrispondono 120 crediti. Tale percorso intende fornire allo studente una “formazione di livello avanzato per l’esercizio di attività di elevata qualificazione” in ambiti specifici. Insomma, corrisponde alla laurea lunga e al vecchio titolo pre-riforma. I corsi di laurea magistrale non dipendono più dal ciclo triennale precedente e sono così sganciati dagli insegnamenti della laurea di primo livello. I passaggi tra il primo e il secondo biennio, dopo l’anno in comune, potranno essere regolati da meccanismi di verifica e selezione, che saranno autonomamente definiti dai singoli atenei . Il beneficio sta nel fatto che in questo modo i passaggi tra i corsi di studio diventano più flessibili e quindi più facili; d’altra parte vi può essere un problema di livello e garanzia di qualità in quanto i vincoli per accedere alle lauree magistrali saranno posti autonomamente dalle singole università.
• Per le professioni legali di avvocato, notaio e magistrato è previsto un percorso unitario di cinque anni, che da diritto a 300 crediti formativi. Il ritorno al ciclo unico per questo tipo di professioni è stato voluto fortemente dalle facoltà giuridiche che mal si ritrovavano nel percorso del 3+2, definito “barriera inutile” verso lo sbocco naturale rappresentato dalle professioni legali. Insomma da subito era chiaro che un buon avvocato, notaio o magistrato non poteva scaturire da un percorso triennale, tanto che la facoltà di giurisprudenza di Roma Tor Vergata ha mantenuto ad oggi il vecchio percorso quadriennale. Saranno tuttavia previsti anche corsi triennali per le classi di laurea non correlate alla formazione delle professioni legali “classiche”.
• Vengono mantenuti i dottorati di ricerca e i master di primo e secondo livello; le università possono inoltre istituire corsi di perfezionamento scientifico e corsi di alta formazione permanente e ricorrente.
• I titoli di studio (laurea e laurea magistralis) dovranno essere corredati, al momento del rilascio, del “supplemento al diploma”. Il “supplemento di diploma” certificherà la carriera dello studente in coerenza con quanto avviene negli altri Paesi d’Europa, consentendo una maggiore trasparenza dei curricula, anche ai fini di un più efficace inserimento nel mondo delle professioni, e una maggiore mobilità in tutti gli atenei d’Europa.
• Anche coloro che sono in possesso del diplomi universitari di durata triennale (Du) conseguiti a seguito della legge 341/1990 potranno accedere direttamente ai corsi di “laurea magistralis” senza dover preventivamente acquisire la laurea.
• A livello nazionale verranno vincolate le attività didattiche di base e caratterizzanti da un minimo di 50 a un massimo di 65 per cento dei crediti formativi (leggi 40% del totale per le lauree magistrali), lasciando agli atenei piena autonomia nella definizione della residua percentuale dei crediti formativi. Gli atenei dovranno indicare i crediti riservati agli studenti, le attività di tirocinio e stages, l’apprendimento delle lingue e dell’informatica e le attività per l’inserimento nel mondo del lavoro.
• Viene ribadita e ulteriormente accentuata la necessità che gli atenei definiscano la progettazione dei corsi in stretta aderenza alle esigenze del mercato del lavoro e delle professioni ed in funzione, pertanto, degli sbocchi professionali.
• Viene infine confermato che ai laureati di primo livello (1+2) spetta il titolo di “dottore” e ai possessori del dottorato di ricerca il titolo di “dottore di ricerca”. Ai possessori della “laurea magistralis” (1+2+2) spetterà il titolo di “dottore magistrale”.
Un necessario chiarimento e approfondimento: dall’“1+2+2” fino al “3+0+2”
Se questi sono i punti fondamentali del nuovo regolamento, rimangono alcune questioni poco chiare e da approfondire.
La riforma del 1999 prevedeva che il primo ciclo di studi universitari, ovvero la laurea di primo livello con 180 crediti era destinato sia a coloro che al termine del triennio sarebbero entrati nel mondo del lavoro, sia a coloro che avrebbero scelto di proseguire gli studi nel biennio di laurea specialistica (180+120 crediti). Questo secondo alcuni determinava delle confusioni e delle contraddizioni. Ad esempio: alcuni pensavano che il percorso di primo livello dovesse avere una forte componente professionalizzante e ritenevano che il biennio di specializzazione dovesse permettere l’approfondimento metodologico del sapere precedentemente acquisito; altri, invece, ritenevano contraddittorio far seguire a un ciclo triennale orientato alle competenze (e quindi alle abilità da spendere nel mondo del lavoro) un biennio di specializzazione di tipo prettamente formativo e di alta specializzazione. Secondo lo schema della riforma 509/99 gli atenei, dunque, potevano attivare tre tipi di percorsi:
1) percorsi comuni alle due tipologie di destinazione finale (mondo del lavoro; elevata qualificazione);
2) percorsi che dopo un breve o meno breve tratto comune si divaricavano nelle due direzioni;
3) percorsi paralleli che già dall’inizio distinguevano gli studenti in funzione della destinazione finale.
Il primo tipo lo possiamo definire a “I”; il secondo a “Y” e il terzo a “U”.
Il nuovo regolamento elimina la terza tipologia, quella a “U”, affermando che fra i due percorsi (quello “professionalizzante”= 1+2 e quello “a elevata qualificazione”= 1+2+2) e fra corsi di laurea appartenenti alla stessa classe o a gruppi affini di essi venga previsto un minimo di 60 crediti comuni, senza però specificare e imporre la durata dell’intervallo temporale nel quale tali crediti debbano essere ottenuti. Insomma non ci sarebbe un vero e proprio anno propedeutico comune ai due percorsi o alle classi affini ma soltanto un numero di crediti comune, pari a 60, che possono essere acquisiti lungo il percorso universitario, quindi in un periodo di tempo più ampio. Inoltre il regolamento, come ho sottolineato prima, non vieta che i crediti comuni possano essere molti di più fino teoricamente a un massimo di 180 (1+2), che corrispondono esattamente al modello del 3+2 della prima riforma.
Con parole del rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio, possiamo dunque dire che il Regolamento “in definitiva prescrive una lunghezza minima della gamba della Y pari a un anno e permette di allungarla a piacimento. Con un’espressione matematica si può affermare che tutto è permesso nell’a+b+c della riforma, a condizione che a non sia inferiore all’unità, a+b=3 e c=2 (dall’1+2+2 fino al 3+0+2, con ampia possibilità di utilizzare i decimali)”.
Si aprono dunque nuove possibilità, date dall’elevata flessibilità dei percorsi e dalle continue “passerelle” previste tra i curricula professionalizzanti e quelli più accademici, ma anche nuove incognite rappresentate dalle profonde differenze che si potranno instaurare fra sedi universitarie. Il titolo di studio, insomma, perderà sempre più valore perché la qualità degli studi intrapresi o conclusi dipenderà molto dalla serietà e profondità del percorso formativo scelto.
Fonte: “Dall’università all’azienda, guida pratica per i neolaureati”, Ufficio stampa ACTL (Associazione per la Cultura e il Tempo Libero).
Thursday 12 January 2006 @ 12:00 pm | Permalink |

Salve sono uno studente del corso di laurea di Scienze della Comunicazione a Lecce.
Ho letto con molto entusiasmo il vostro articolo e devo devo dire che in Italia la propensione a complicarsi la vita ultimamente pur di dimostrare che si fa qualcosa va molto di moda ,senza puntare il dito su qualcuno in particolare!
Sono iscritto al secondo anno e sto facendo di tutto non con pochi sacrifici a “laurearmi” nel tempo prestabilito ossia nei tre anni, vale a dire con una media di 11 esami annuali, ma vengo subito al punto!
Intanto la riforma dei tre anni è vero che dal punto di vista temporale ha fatto emergere la possibilità una laurea più veloce, ma è anche vero che il numero degli esami è rimasto nelle facoltà serie(quelle dove non esistono esami scritti a crocette) invariato con un conseguente carico di lavoro di non poco conto ,tant’ è che la media degli esami all’anno del vecchio ordinamento era di sei o sette!Adesso più di prima quello che mi capita spesso di pensare é il fatto che se un domani uno studente voglia essere l’eccezione alla regola nel mondo del lavoro dovrà personalizzare e rendere il più unico possibile il suo percorso formativo sapendolo anche valorizzare al meglio!
Sinceri Saluti
Marko
January 13th, 2006 at 23:46 pm — Scrivi la tua opinione ↓
CARO MARCO, I SEI SETTE ESAMI A CUI TI RIFERISCI DEL VECCHIO ORDINAMENTO SONO TUTTI EQUIVALENTI A 10 CREDITI CAD., INFATTI PER ESMPIO IO HO DATO QUALCHE ANNO FA ECONOMETRIA LO STESSO PROGRAMMA è STATO DIVISO ED ORA SI CHIAMA ECO 1 ED ECO 2 DA 5 CREDITI CAD.
TI DIRO’ CHE LAUREATOMI L’ANNO SCORSO, VECCHIO ORDINAMENTO, HO DECISO DI ISCRIVERMI AD ING. NUOVO ORD…TI ASSICURO CHE NON C’E’ PARAGONE…
January 26th, 2006 at 16:14 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Salve a tutti
sono uno studente di laurea specialistica in informatica, la mia domanda scaturisce da questa frase presa dall’articolo “Nuove e vecchie lauree, nuovi e vecchi lavori”
Possibilità:
Potrete accedere ai concorsi pubblici nei quali è previsto come titolo di studio la laurea, in questo senso è uguale alla vecchia laurea di 4 o 5 anni;
Per quanto riguarda l’insegnamento nelle scuole medie inferiori e superiori(anche come professore di laboratorio) vale anche questa possibilità per la mia laurea triennale in informatica?
January 28th, 2006 at 0:38 am — Scrivi la tua opinione ↓
Ho conseguito la laurea di primo livello in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano. Ho frequentato il terzo anno professionalizzante e così per conseguire la successiva laurea magistrale mi tocca dare 4 esami (22 cfu) in più (praticamente metà anno) perchè i docenti sostengono che il tirocinio firmato (da loroe dunque approvato dal Politecnico) ed effettuato presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR nel campo aerospaziale non vale per la specialistica nel conteggio dei crediti (20 cfu)!!! ….io perdo così 1 anno di università ovviamente a spese mie… conosco centinaia di persone nella mia stessa situazione! Siamo infuriati. Spero che il decreto attuativo della 270 arrivi presto…
Saluti a tutti coloro che sono nella mia assurda situazione.
February 3rd, 2006 at 12:13 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Quoto parte dell’articolo:
inizio—
…”Se volete diventare dottori nella vostra disciplina, allora dovete continuare per altri 2 anni l’università iscrivendovi, dopo aver conseguito la laurea triennale, al biennio di specializzazione.”…
—fine
Attenzione, contiene un errore: il DM 270/04 (art.13 comma 7), infatti, sancisce l’attribuzione del titolo accademico di “Dottore” ai possessori di Laurea di 1° Livello (detta ora LAUREA senz’altra specificazione), mentre a coloro che abbiano completato il biennio di la Laurea Specialistica (oggi detta L. Magistrale) conferisce il titolo di “Dottore Magistrale”. “Dottore di Ricerca” è, infine ed ovviamente, colui che ha portato a termine un Dottorato di ricerca (il PhD anglosassone). Il titolo di “Dottore Magistrale” spetta anche a tutti coloro che abbiano conseguito unaa vecchia Laurea ai sensi degli ordinamenti previgenti al DM509/99, mentre chi è in possesso di Diplomi Universitari, lauree brevi et similia, non può fregiarsi neppure del titolo minimo di “Dottore”. Dura lex sed lex.
Fermo restando che il possesso o meno di un titolo accademico non qualifica in alcun modo le reali competenze di una persona, spero di aver chiarito eventuali dubbi.
M.C.
February 4th, 2006 at 12:30 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Salve ho conseguito un diploma universitario “vecchia” laurea breve in Economia e gestione dei servizi turistici presso l’Università di Siena. Leggendo i vs articoli, dite che tali diplomi sono riconosciuti automaticamente come lauree triennali. Vorrei sapere a chi mi devo rivolgere per tale riconoscimento dato che presso la sede dove ho conseguito il diploma mi è stata richiesta l’iscrizione al corso di laurea sostitutivo con relative integrazione degli esami.
Grazie
February 5th, 2006 at 12:17 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Perche’non chiamare laurea anche il diploma di scuola media inferiore ? Anzi, facciamo di piu’, conferiamo il titolo di dottore indistintamente a chiunque all’atto della registrazione all’anagrafe. CHE SCHIFO!!!!
February 13th, 2006 at 15:11 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Io vorrei vagliare l’ipotesi di fare una bella laurea specialistica per concludere al meglio il mio percorso di studi finchè ne ho le forze.. ma trovatemi una laurea specialistica di logopedia, che non abbia il solo scopo di farti diventare un economista…(se volevo fare economia non facevo una laurea sanitaria..). Se qualcuno ne conosce una riabilitativa…che dovrebbe essere la mia classe di laurea, mi faccia un cenno.. grazie mille!
February 20th, 2006 at 15:11 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Credo che l’università e la scuola in generale debba formare le menti e dare gli strumenti per portare il proprio apporto nel mondo del lavoro. E’ per questo che i laureati italiani, pur avendo studiato in una struttura quasi priva di laboratori e attrezzature erano comunque apprezzati in tutto il mondo. A me pare che per adeguarci ad un modello inferiore al nostro si sia trasformato l’università in un stamperia di diplomi per buttare nel mondo del lavoro gente sempre meno istruita e perciò sempre più precarizzabile. Torniamo al vecchio ordinamento datemi retta.
April 3rd, 2006 at 9:07 am — Scrivi la tua opinione ↓
Buongiorno a tutti..
Ho letto alcune vostre opinioni riguardo l’Università, specialmente le lauree triennali. Sono laureata in Scienze della Formazione, esperto nei processi formativi, un corso che doveva essere il boom del momento, l’avevano presentato come un corso molto utile e spendibile per il mondo del lavoro..invito tutti gli studenti delle scuole superiori a valutare molto ma molto bene la scelta universitaria, informatevi sopratutto sui possibili sbocchi lavorativi, ma non solo quelli scritti sul libretto universitario..andate a vedere le pewrcentuali di persone che dopo aver conseguito la laurea lavorano davvero in quell’ambito.
io adora gli animali, infatti sono volontaria in un canile, socia wwf..ecc..La mia scarsa autostima mi ha fatto optare per una scelta consona agli studi precedenti(liceo delle scienze sociali)..arrivo al punto,altrimenti scrivo un tema…
SE AVETE I MEZZI E LA VOGLIA LAUREATEVI IN QUALCOSA CHE DAVVERO VI INTERESSA E VI APPASSIONA..L’IMPORTANTE E’ AVERE TANTA DETERMINAZIONE..in questo modo non avrete rimpianti.
Io stò pensando di riscrivermi, ho solo 23 anni, magari lavorando..
Se qualcuno ha qualche consiglio da darmi..
Cordiali saluti a tutti.
May 10th, 2006 at 15:00 pm — Scrivi la tua opinione ↓
La laurea oggi non fa la differenza, salvo che non partecipiate a concorsi statali o abbiate una laurea effettivamente spendibile sul mercato. Ciò che fa la differenza è l’esperienza lavorativa. Tra voi laureati con ZERO sperienza nel mondo del lavoro, e un diplomato con 6/7 anni di esperienza nel mondo del lavoro, il diplomato avrà molte più possibilità di trovare lavoro, avrà molti più soldi, si starà per sposare, e avrà già iniziato a pagare il mutuo della casa, oltre ad avere la macchina nuova. Un lavoratore con quasi 10 anni di lavoro alle spalle sarà scalato almeno di 3 livelli (se in un’azienda), e percepirà uno stipendio non inferiore ai 1200 euro. Nulla di strano che sia a capo di altre persone, con un titolo di responsabile o coordinatore.
Il povero laureato con una laurea inutile, si troverà a competere con i diplomati (salvo vivere d’aria e di sogni), e a entrare in un circuito del lavoro con grosso ritardo. Nella mia esperienza ho visto chi non fa mai una brutta fine, chi nelle selezioni del carrefour non c’è mai, e lo dico anche a voi:
laureati in medicina, in giurisprudenza, in ingegneria, in geologia, per non parlare poi degli infermieri, fisioterapisti, etc. per questi ultimi il lavoro è assicurato non appena si iscrivono all’università. L’università è una gran bella cosa, ma ricordatevi sempre, *sempre*, la differenza che corre tra come vi vedete a 35 anni, e le reali possibilità di diventarlo. Non si può girare in bmw con un lavoro come psicologo (incerto, saltuario, mal retribuito, spesso di volontariato), o di laureato in lettere che scrive per un giornale.
Attenzione perchè poi quando ci si sveglia dai sogni, è sempre un brutto risveglio.
A.
July 31st, 2006 at 2:27 am — Scrivi la tua opinione ↓
La riforma dell’ordinamento universitario ha allineato l’Italia agli alri paesi europei, siamo così diventati normali. Lo spirito della riforma 3+2 consiste nell’avere laureati ben preparati in un tempo leggermente inferiore. A quanto pare, legendo i più importanti quotidiani economici e non, le maggiori aziende, ricercano una buona preparazione unita alla freschezza dell’eta (23-24 anni), risultato ottenibile già dopo il conseguimento della laurea. Il biennio specialistico, e qui ritengo si nasconda il fraintendimento tra scopi del legislatore, forse non adeguatamente resi espliciti, e ciò che si verifica nella realtà, dovrebbe essere utilizzato solo nel caso si vogliano intraprendere particolari professioni per le quali è necessario un ancor più avanzato livello di preparazione(ad esempio le professioni legali, o altre libere professioni). Quindi, secondo l’onesta opinione di un trentottenne già da molti anni lavoratore e laureatosi a pieni voti, nel nuovo ordinamento, come studente lavoratore, attenzione a intraprendere lunghissimi percorsi di studio che poi potrebbero rivelarsi illusori. Forse è meglio, se uno ha voglia, darsi da fare conseguendo una laurea con ottimi voti e poi lanciarsi, giovane e forte, nel mondo del lavoro.
March 9th, 2008 at 14:05 pm — Scrivi la tua opinione ↓