Ecofin: ai lavoratori dipendenti va riconosciuto un dividendo per la crescita

Friday 2 March 2007 @ 5:57 pm

Bruxelles - È una vera e propria svolta: l’Ecofin ha affermato pubblicamente che ai lavoratori dipendenti va riconosciuto il cosiddetto «dividendo» della crescita. In sostanza, i ministri dell’economia hanno benedetto (pur senza formalizzarlo in un documento) le rivendicazioni salariali che in diversi Paesi hanno già preso o stanno prendendo forma per negoziati tra imprese e sindacati. Purché siano «moderate».
Le parole usate dal presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker (lussemburghese) e dal ministro delle Finanze tedesche Peer Steinbruek (tedesco e presidente di turno dell’Ecofin) sono state completamente diverse da quelle usate da anni nei circuiti politici europei.
Juncker ha chiesto apertamente di «far partecipare i lavoratori agli utili delle imprese attraverso forme di partecipazione» (non meglio specificate). E Steinbrueck si è rifatto alla classica esperienza socialdemocratica: «Se negli anni per i bassi salari e le classi medie si registra una perdita netta dei salari mentre esplodono i profitti delle imprese, arriveremmo a una crisi di legittimità del modello dell’economia sociale di mercato».
Il commissario Ue agli Affari economici (spagnolo e socialista) ci è andato a nozze visto che è stato proprio lui ad aver lanciato la palla qualche mese fa dimostrando una buona dose di coraggio: «La parte dei salari nel reddito globale degli Stati è oggi al livello più basso da molti anni e questa è una situazione insostenibile».
Naturalmente il messaggio contiene un «ma» grande come una casa che non deve essere sottovalutato: gli aumenti salariali «devono essere in linea con la produttività». Se stanno entro tale limite «non ci saranno problemi», ha detto Juncker. E la Bce non potrà dire nulla perché si tratterebbe di una politica dei redditi di mercato controllata.
I dati che rendono possibile ai ministri delle finanze di parlare tranquillamente di aumenti salariali sono sotto gli occhi di tutti. L’inflazione è sotto il 2% (1,8% nel 2007 secondo la Commissione europea) e a meno di scatti del prezzo del greggio dovrebbe restarvi per un po’. Le parti sociali hanno dimostrato di aver incorporato saldamento la virtù della moderazione fino all’eccesso come dimostra il caso tedesco: l’industria si è ristrutturata proprio grazie alla moderazione salariale.
La Germania è il solo paese in cui tra il 2002 e il 2006 i costi unitari del lavoro sono diminuiti in media dello 0,2% contro la media eurozona dell’1,7 (Italia +3,1%) a fronte di un incremento di produttività per occupato dell’1,6% (contro una media eurozona di 0,7%, in Italia +0,1%).
Inoltre, il fatto che l’inflazione sia rimasta bassa nonostante l’aumento del barile di petrolio significa che il tradizionale effetto di secondo round, cioè il trascinamento degli aumenti degli altri prezzi, si è scaricato.
Il problema nasce dal fatto che la crescita risulta più solida, alcuni ritengono abbia almeno in parte un carattere strutturale grazie alle riforme varate (mercato del lavoro soprattutto). Mentre i governi chiedono di stringere la corda sui sistemi previdenziali e sanità, qualche segno di allentamento va dato.
«Gli aumenti salariali vanno considerati cosa normale», dice il commissario Almunia, a patto che siano coerenti con le condizioni aziendali e del settore. È un problema di giustizia: la quota salari sul pil nell’eurozona declina ininterrottamente dal 1993 quando era a quota 69,4 per cento. Nel 2006 era a quota 64,2%, nel 2007 sarà a 63,9% e nel 2008 a 63,5 per cento.
Secondo le elaborazioni della Commissione europea, in Germania nel 1993 la quota salari sul pil era al 68%, da allora è sempre calato per raggiungere il 62,4% nel 2006, il 62,1% nel 2007 e il 62% nel 2008.
In Italia dal 67,1% del 1993 si è scesi al 61,6 del 2004 per poi risalire al 62,4% nel 1006, scendere quest’anno al 62,2% e l’anno prossimo al 61,8 per cento.
Per Ecofin e Commissione europea si deve però procedere cautamente. Il fattore produttività deve restare centrale nella contrattazione sulle retribuzioni. Mentre in Germania ci sono più margini visti i forti incrementi di produttività, meno spazio c’è in altri paesi, là dove gli incrementi di produttività non dovrebbero essere utilizzati che in parte dati i precedenti incrementi dei costi unitari del lavoro.
Ma l’emergenza di una ‘questione salariale’ ha anche un’altra ragione: mai come in questo periodo le opinioni pubbliche sono allarmate perchè la percezione dell’andamento dei prezzi è negativa (aumenta l’inflazione percepita individualmente mentre si riduce quella misurata statisticamente), l’euro raccoglie meno favore e anche le istituzioni europee non se la passano molto bene.

Articolo a cura di Antonio Pollio Salimbeni, tratto da www.ilsole24ore.com

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