Contraddittorie rappresentazioni del lavoro minorile

Friday 14 September 2007 @ 3:23 pm

Il lavoro minorile è un fenomeno complesso da analizzare perché assume forme molto diverse (si va dallo sfruttamento al percorso formativo con tutti i gradi intermedi), perché spesso è difficile da individuare (molte forme di lavoro minorile sono insite nelle strutture sociali, come ad esempio la collaborazione in imprese di famiglia), perché cambia fisionomia da paese a paese, da continente a continente.

Lavoro minorile

Il cinema – in questo caso fedele specchio della complessità sociale – ha, negli anni, mostrato le mille facce di questo fenomeno: la sua iniziale comparsa nel dibattito culturale di fine Ottocento e inizio Novecento (le trasposizioni cinematografiche dei classici della letteratura inglese come “Davide Copperfield” e “Le avventure di Oliver Twist” riflettono, indirettamente, sulle contraddizioni del modello di società fordista); il grande spazio che la manodopera minorile ha avuto nelle società a sviluppo agricolo (si vedano, tra gli altri, “L’albero degli zoccoli“, “Padre padrone“, “Ci sarà la neve a Natale“? e “Gli ultimi“); il lavoro come strumento di sopravvivenza in una società postbellica da ricostruire (quasi tutti i capolavori neorealisti come “Ladri di biciclette“, “Sciuscià“, “Germania anno zero” mostrano come il lavoro rappresentasse, per i piccoli monelli del ’46, l’unico elemento che garantisse la sopravvivenza propria e famigliare); l’occupazione come porta di ingresso per entrare nel mondo degli adulti (porta spesso chiusa come dimostrano i casi di “Rosetta“, “Lunga vita alla signora“, “Il posto“, “Ragazzi fuori“), il lavoro come sfruttamento violento e inumano nei confronti degli adolescenti (”La discesa di Aclà” a “Floristella“, “Salaam Bombay!“).

In questa breve carrellata appare stimolante citare soprattutto quei film che – figli di un approccio sociale libero da stereotipi – descrivono l’esperienza lavorativa quale “alimento sociale” per ragazzi destinati alla delinquenza, all’esclusione, in taluni casi anche alla morte: il lavoro da fattorino per il protagonista de “Le biciclette di Pechino“, da ortolano per Michele, “ragazzo di vita” di Marco Risi (”Ragazzi fuori“), da panettiere per “Rosetta“, protagonista dell’omonimo film dei fratelli Dardenne, da “becchino” per Edmund in Germania anno zero, costituiscono ancore di salvezza che la società degli adulti, con le sue leggi, normative, legacci, non esita a levare, sancendo il loro destino di marginalità, devianza, prigionia o suicidio. Uno sguardo positivo, un’apertura alla speranza giunge, tuttavia, da territori inaspettati, da quei paesi del Terzo mondo nei quali il lavoro minorile – se si seguisse il luogo comune – dovrebbe essere solo un fenomeno tragico e meritevole di indignazione. Nei cinesi “Non uno di meno” e “La locanda della felicità“, nell’iraniano “Il silenzio” e nel vietnamita “Il profumo della papaya verde“, solo per citare i più conosciuti, l’acquisizione di competenze tecnico-professionali diventa percorso alternativo e altrettanto formativo rispetto a quello scolastico. In altre parole, i protagonisti di queste pellicole trovano un senso alla loro esistenza lavorando. Imparano facendo.

A cura di Marco Dalla Gassa

Tratto da:http://www.camera.minori.it/

Immagine tratta da: http://ospitiweb.indire.it/ddcaiazzo/

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