Non fabbrichiamo precari
Wednesday 19 July 2006 @ 10:30 am
Vite da cinque euro all’ora o anche meno, spese in turni tra la postazione in cuffia e le «sale relax», in uno di quei luoghi che, nel sentire comune, sono diventati lo scenario simbolico della precarietà e della condizione giovanile.
Non è un caso che proprio dai call center e con la circolare 17 del 16 giugno sul lavoro a progetto, il ministro del Lavoro, Cesare Damiano abbia deciso di far partire la strategia che, nei programmi del Governo, vuole contrastare l’instabilità del lavoro e la flessibilità male impiegata. Così sul call center e sul loro futuro, in vista della regolarizzazione dei collaboratori imposta dal provvedimento, in questi giorni si discute parecchio. L’ultimo incontro, organizzato da Ds e Margherita, è stato un paio di lunedì fa a Ivrea, presente lo stesso Damiano. L’associazione culturale del settore Cmmc sta tenendo meeting nelle città di tutta Italia, sempre affollati.
Ovunque, il tema del dibattito non è solo la normativa, e nemmeno l’immagine di questo settore. Che pure contano e preoccupano, se è vero che qualche grande imprenditore nazionale lancia segnali di interesse per i mercati offshore e che già da un po’(lo nota lo stesso Cmmc) le aziende tendono a evitare di usare il termine call center persino nella ragione sociale, preferendo espressioni più neutre come «contact center». Piuttosto, il call center è la metafora del lavoro di oggi con la sua complessità. Perché da una parte ci sono i dati che parlano di paghe orarie di cinque euro per gli operatori. Si legge che il 87% dei lavoratori dell’outsourcing nel 2004 aveva contratti cococo e che, oggi, i lavoratori a progetto in cui sono stati convertiti sono ancora di più. Che ci sono vertenze aperte da anni e situazioni di mobbing e mancanza di tutele, secondo l’ultima denuncia della Cgil di Catania, uno dei poli italiani dove si concentrano queste strutture, come Matera e il Canavese (in Piemonte gli addetti totali sono 8mila).
Ma è anche vero, ed è il messaggio che gli imprenditori trasmettono e su cui stanno riflettendo, che c’è dell’altro. Limitarsi a vedere nel call center solo la precarizzazione, dicono le imprese, è una lettura riduttiva di un settore che è in evoluzione e che, per avere successo, non può non puntare sull’innovazione tecnologica e organizzativa e sulla valorizzazione delle risorse. «Un mondo in movimento», come lo definisce Mario Massone del Cmmc anche in senso letterale, proprio partendo dalle tecnologie. «Usarle per gestire i call center nel miglior modo possibile è un aspetto fondamentale - spiega Luigi Dell’Orto di Plantronics - Con il wireless gli operatori non risponderanno più dalle scrivanie. Il Voip trasformerà il call center da luogo rigido in diffuso nell’organizzazione, in modo che le persone non si sentano un corpo separato dal soggetto per cui lavorano. I nuovi sistemi software aumenteranno le possibilità di gestire bene la chiamata». Un aspetto questo che è tra le prime fonti di frustrazione dell’operatore. I problemi più semplici verrano gestiti in automatico con gli sms, dedicando le persone a compiti di relazione e contenuto più complessi. Questa propettiva rende da subito urgente la necessità di una formazione e di un coinvolgimento maggiore di chi risponde, come pure la cura dei luoghi di lavoro, dotati di servizi come accesso a Internet e aree per il relax e la socializzazione.
Il modello sono i call center inglesi. «In uno scenario più evoluto come quello britannico la motivazione del personale è la sfida principale. Anche se va detto che spesso le sedi anche là vengono ridisegnate e i benefit sacrificati se il lavoro aumenta e servono altre postazioni», continua Dall’Orto citando uno studio del Cca (Customer contact association), che afferma come sia indispensabile dare rilevanza sociale al lavoro in queste strutture.
Dossier a cura di Dario Banfi e Rosanna Santonocito, da IlSole24ore.com
Wednesday 19 July 2006 @ 10:30 am | Permalink |

I call center sono una vergogna. Le agenzie interinali ancora di più. Ti trattano come uno schiavo. Come un inetto. Come un neonato. Peggio dell’asilo. Identico trattamento riservato anche a gente di 30 e 40 anni, a volte, pure … Vergognatevi.
July 21st, 2006 at 0:15 am — Scrivi la tua opinione ↓
Concordo pienamente. E penso che a scioperare dovremmo essere noi giovani sfruttati e trattati male e non tutti i ricchi avvocati, farmacisti e altri.Alla faccia della giustizia sociale!
July 27th, 2006 at 11:03 am — Scrivi la tua opinione ↓
1) I call center non hanno ridotto la disoccupazione. 2) Nessuno è obbligato a lavorare in un call center, e 3) quando questi non esistevano, semplicemente si facevano altri lavori. Il fatto è che oggi il call center va di moda perchè un lavoro pulito, dove non ci si sporca le mani passando l’aspirapolvere nella moquette di un negozio, e poi perchè ci vanno tutti. Ma poi chi ci lavora effetticamente nei call center? Tutta gente che io riconosco dall’odore, ragazzine tutte in tiro senza una vera necessità di lavorare. Quello che mi lascia più incredulo è il vedere come tantissima gente abbocchi nei call center out bound, a vendere fregature alla gente con uno stipendio a singhiozzo = se fai pochi contratti, niente stipendio.
La colpa del precariato non è dei call center, coi loro “team leader” padroni del mondo, ma piuttosto delle migliaia di giovanoi che scelgono quel lavoro piuttosto che qualsiasi altro (quale? cameriere, benzinaio, portabombole, scaricatore, commessa, portapizze, hostess di sala, promoter… ).
Call center… bah!
A.
July 31st, 2006 at 1:55 am — Scrivi la tua opinione ↓
Ho avuto modo di lavorare in un call center all’inizio di quest’anno….una vergogna immonda, quello non è da considerare un lavoro, ma solo uno sfruttamento di energie inutile.
Dà grandi insoddisfazioni e umiliazioni perchè stando tutto il giorno a telefonare a gente che per lo più non ha interesse ad ascoltati è un vero schifo.
Al di la di questo, da un giorno all’altro mi hanno lasciato a casa dicendomi “che non avevo quel non so chè per fare bene quel lavoro”. Quindi, oltre a un lavoro pessimo, un comportamento uguale.
Mille volte meglio un lavoro vero che dia qualche soddisfazone in più
August 11th, 2006 at 17:43 pm — Scrivi la tua opinione ↓
in risposta ad A;
Per molti dei concetti che esprimi sono completamente d’accordo, ma per questo:
Ma poi chi ci lavora effetticamente nei call center? Tutta gente che io riconosco dall’odore, ragazzine tutte in tiro senza una vera necessità di lavorare.
beh, questa e’ proprio una cazzata:
dentro al call center dove lavoravo io c’era una situazione anagrafica molto varia.C’era molta gente che. lasciata a piedi a 50 anni per campare e completare la situazione contributiva “sottostava” al lavoro in cuffia.
Attenzione a nn generalizzare, attenzione alla boriosita’e alla saccenza che ti fa tanto somigliare alle ragazzine tutte in tiro oggetto della tua critica
September 1st, 2006 at 18:32 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Nei call center ci lavoro tutt’ora, sarà perchè forse non c’è altro al momento, o perchè le mie aspirazioni sono cadute nel momento in cui ho visto sfumare il lavoro con la elle maiuscola.
Non so voi ma, in una città come Roma le cose vanno anche peggio.
Mi è capitato di lavorare per un famoso call center, prima facendo vendita diretta ,mi sentivo una vera merda per il fatto che appioppavo contratti telefonici ai vecchietti, alle casalinghe frustrate, contente di prendere una decisione almeno in quell’ambito, insomma a tutti, dovevo farlo perchè altrimenti mi avrebbero cacciato via e perdere lavoro, per merdoso che sia, è sempre una crisi a cui nessuno
vorrebbe sottostare.
Mi prendono a lavorare, sempre nella stessa azienda e per conoscenza di una persona che conosceva bene il capo, per un servizio inbound.
Tutto grasso che cola, una goduria incredibile, sono stata benissimo per 3 o 4 mesi, avevo persino dei colleghi meravigliosi, qualcosa poi non è andato nel verso giusto, la mia Supervisor non mi vedeva di buon occhio, non so perchè, forse perchè lavoravo anche 12 ore o perchè rispondevo anche in inglese ai clienti stranieri…non so il motivo, mi manda via, sono stata minacciata da lei che se andavo dal capo non avrebbe risolto il mio problemino…ok mi dico…io dovevo parlare con qualcuno perchè credetemi, non mi sono mai sentita così sola e male come in quel periodo…allora vado direttamente dal cliente fornitore del servizio inbound per cui lavoravo, gli avevo spiegato cosa mi era successo, mi hanno mandato via dicendo che avevo superato la gerarchia, non avevo rispettato le regole e cioè…supervisore- vicecapo- capo- cliente della commessa…avrei dovuto fare la vertenza ma ho saputo che la persona che mi ha fatto mobbing ha avuto trattamento peggiore…spero di avere presto una opportunità al di fuori del call center che non ti danno nemmeno diritto di respirare…scusate per la lunghezza
Saluti
September 9th, 2006 at 21:57 pm — Scrivi la tua opinione ↓
…e vogliamo parlare di chi come me appartiene elle categrie protette-di cui nn si parla in questo blog- e quanto sia difficile trovare un qualsiasi lavoro??!!
chi di voi è nelle mie condizioni?
salve
September 21st, 2006 at 22:29 pm — Scrivi la tua opinione ↓
non dovrebbe essere più tutelato chi appartiene alle categorie protette?
September 29th, 2006 at 14:13 pm — Scrivi la tua opinione ↓
E’ una vergogna il precariato.
Fate schifo
November 30th, 2006 at 19:47 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Allora , vorrei dire tante cose perchè come voi , come tutta la gente che scrive qua ho tanta rabbia addosso . Non servirà scrivere su un blog a farmi stare bene .
Ma forse una cosa vale la pena dirla .
La rivoluzione qui non la si farà mai o non sono neanche sicuro che servirebbe. Ma almeno noi giovani , o meglio , noi inoccupati, dovremmo cercare di non scendere a compromessi con chi ci offre lavori prese in giro e ci sfrutta.
Parlo bene io , che forse sto ancora da mamma e papà e “non tengo famiglia” .
Ma forse , forse , il cambiamento deve venire proprio da noi .
December 6th, 2006 at 3:56 am — Scrivi la tua opinione ↓
Ciao A.
Tu cosa sei uno ricco?penso di si.uno di quelli con la terza media capi di grandi imprese.Che comanda e non dovrebbe.
March 6th, 2007 at 13:02 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Io non ho abboccato: era il 2000, avrei dovuto accettare qualsiasi impiego perchè era il primo, ma…mi è bastata mezz’ora a vedere come cercavano di vendere aspirapolveri a gente che non ne voleva sapere, con il “leader” dall’occhio vacuo(voleva apparire profondamente ispirato). Ora io posso capire che la vita non ti lascia scelta, che questo stato di cose è studiato a tavolino perchè un tot numero di poveri è necessario a quei cialtroni impoltronati.
Però a farmi prendere per il cxxx in maniera così stupida e grottesca no, non mi rassegnerò mai.
March 29th, 2007 at 23:16 pm — Scrivi la tua opinione ↓
Sono una guida al Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, a Milano.
Vorrei che questa lettera apparisse su internet per dar voce a chi non ne ha.
Non ho potuto protestare perchè sarei stata lasciata sicuramente senza lavoro. Noi guide non abbiamo diritto ad avere rappresentanti portavoce in quanto i nostri capi ritengono che non ce ne sia bisogno e affermano che preferiscono parlare a tu per tu con noi singoli.(ovviamente il singolo se protesta perde lavoro, venendo meno la tutela di un portavoce della maggioranza)
Al museo si lavora a contratto triennale a progetto e veniamo pagati a ore. Il venerdì riceviamo la pianificazione del lavoro che cambia in continuazione da settimana a settimana. Lasciamo una disponibilità minima di due giorni che viene riempita di ore di lavoro a discrezione dei nostri superiori. C’è il tacito messaggio: più stai buono, sei puntuale, non protesti, sei affidabile, ci stai simpatico, ti diamo ore, se non ci piaci molto te ne diamo meno. Così ci sono guide con trenta, quaranta ore settimanali e guide che invece possono lavorare solo cinque o sei ore alla settimana. Non vengono date spiegazioni e se richieste : non c’è lavoro. (Però perchè per uno sì e uno no?). Ci si può trovare da una settima all’altra senza ore. Questo crea un meccanismo di “paura”.
Capite che con queste premesse è difficile far sentire la propria voce.
Alcuni di noi fanno lo stesso lavoro da molti anni. Pur essendo laureati e alcuni con master e corsi di perfezionamento, chi con famiglia e figli, veniamo trattati da studenti. I nostri superiori spesso sono solo diplomati.
La carriera non è meritocratica. Non contano le competenze, i titoli di studio, le esperienze precedenti di lavoro, la puntualità, la correttezza e gli anni passati a lavorare come guida. Vanno avanti persone senza esperienza, senza titoli, appena arrivate.
L’unico tentativo fatto da noi guide, è stato quello di mandare una lettera di protesta firmata dalla maggioranza, al direttore. Era una molto diplomatica e formale di richiesta di attenzione. Il risultato è stato che siamo stati convocati dal responsabile della didattica, uno a uno e ci veniva rivolta questa domanda “anche tu hai firmato questa lettera? Se sì, allora firma questa fotocopia della lettera da voi mandata. (Non era un foglio dove tutti potevano mettere il proprio nome, ma la lettera era stata fotocopiata molte volte e presentata senza altre firme ad ognuno). Questo secondo me è un atto intimidatorio e violenza psicologica.
Tra noi guide ci sono, come in tutti i gruppi, persone più combattive e stufe, altre più remissive e peggio ancora alcune che segretamente riferiscono ciò che ci diciamo ai nostri superiori, sottolineando di non partecipare alle nostre idee.
Esasperata da questa situazione mi piacerebbe denunciare ciò che succede, su internet, sui giornali.
I nostri datori di lavoro non devono muoversi nel silenzio e con l’approvazione di tutti, ma devono vergognarsi
October 15th, 2007 at 0:30 am — Scrivi la tua opinione ↓
Ho una laurea, conosco bene due lingue straniere, ho ottime conoscenze informatiche e ho fatto molti lavori precari ma interessanti.
Sono approdata tre anni fa nei call center ufficialmente per fare back office e inserimento dati, ma poi mi veniva chiesto di vendere boiate al telefono a vecchietti, casalinghe frustrate e simili, con lo spauracchio da un certo punto in poi di essere pagata a provvigione. Io me ne sono andata, e quello che mi ha schifato è stato vedere gente mettersi a 90 gradi e prendersi dai capi questi contratti del cavolo. Si vede che gli piace truffare la gente. Ho messo una pietra sopra ai call center anche perché non mi davano da vivere, sono single e felice di esserlo, ma devo essere in grado di mantenermi da sola. E purtroppo, se rifiuti i call center è difficilissimo trovare altro, almeno qui nel torinese.
Io non voglio rifinire in quella cacca e non voglio certo diventare una casalinga frustrata. E’ una vergogna nazionale che in Italia l’unico lavoro che venga offerto a chi è qualificato e ha certe competenze sia sto schifo di call center. E non mi vengano a dire frasi qualunquiste del tipo meglio fare quello che stare a casa, perché sono lavori inutili e dannosi.
November 29th, 2007 at 11:28 am — Scrivi la tua opinione ↓